rhezai

Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendersi il mio corpo

Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?

In un luogo alto sia deposta la mia bara

Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo

Il 10 dicembre del 2008 un ragazzino di 13 anni viene schiacciato a Mestre dalle ruote di un Tir. È afghano Zaher Rezai, dai suoi documenti s’intuisce che forse aveva mentito sull’età, doveva avere 18 anni. Non importa. Non importa perchè viene infilato in un sacchetto di plastica in una cella frigorifera e difficilmente il vento restituirà alla sua patria il suo profumo. Aveva i capelli rossi e gli occhi verdi a mandorla, come piace dire a noi occidentali.

Paola Paparello ha letto questa storia all’indomani della tragedia dei 700 migranti nel Mediterraneo e voleva la raccontassimo perchè velata di dolore e poesia. Zaher era un Hazara di Mazar-i Sharif, città che nel 1998 fu teatro di una delle tante stragi di civili hazara che l’Afghanistan ricorda. Da bambino lavorava in Iran come saldatore, appuntando diligentemente schizzi e misure sul suo taccuino. Il taccuino è stato ritrovato e pubblicato dal Servizio Pronto Intervento Sociale del Comune di Venezia perchè conteneva dei versi forse imparati lungo il tragitto ed ereditati dalla tradizione araba (sono state disegnate anche delle tavole di graphic novel), s’intitola “8 km”.

Nella nota introduttiva Francesca Grisot scrive: “La calligrafia del ragazzo rivela un grado di istruzione molto basso e ci conferma che, come tanti altri suoi connazionali, Zaher non ha avuto la possibilità di frequentare la scuola. Eppure, difficile a credersi per noi Italiani, conosceva a memoria e recitava tra sé un certo numero di versi in rima. Poesie classiche, molto spesso poesie antiche di alcuni secoli, che parlano di amore e nostalgia; in cui l’amato è Dio e l’amore mistico il desiderio di ricongiungersi a lui nello splendore e purezza della pre-eternità”.

 camion41

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore

che o riuscirò infine ad amarti o morirò annegato

La storia. Sulla banchina 123 dell’ormeggio dei traghetti greci, “Ariadne” della compagnia Anek Lines attracca sempre puntuale alle 8.30 del mattino. Parte il lunedì a mezzanotte da Patrasso, martedì è a Igoumenitsa, con una navigazione filata di altre 24 ore giunge a Venezia. Ma l’8 dicembre 2008 aveva accumulato un ritardo enorme a causa della nebbia. Attraccò alle 21.30, quando il buio rendeva più facile nascondersi. I giornali raccontano che “Zaher si era legato sopra le assi di un Tir, dentro la stiva del bestione del mare colorato di bianco e blu. I passeggeri erano soltano 71, perloppiù conducenti di camion. Chi non ha il biglietto (50 euro sul ponte, sconto del 20 per cento per “under 26″) sale e si nasconde. Cerca un camion da trasformare in cavallo di Troia che eviti i controlli. Il ragazzo sembrava avercela fatta”. Testimoni hanno rivelato che partire dall’Afghanistan per raggiungere l’Iran costa 300 dollari. Si cammina in campi minati. Da Herat, per tre giorni fra i monti. Da Nimruz, più a sud, solo una notte nel deserto. La “via dei talebani” che porta in Pakistan è invece troppo rischiosa per le etnie del nord. La prima città in Iran è Zabol. Poi il viaggio continua, in auto o camion. Le tariffe arrivano a 3.000 dollari. I rischi sono altissimi. I posti di blocco incombono, gli incidenti pure. Zaher è passato per le terre dei curdi, è entrato in Turchia. Istanbul, poi Smirne. Infine, l’Italia: 6.000 km dividono il nostro Paese dall’Afghanistan, 8 ne percorre Zaher in Italia prima di un semaforo in cui forse scende per sgranchirsi o perchè pensa si sia giunti a destinazione. Invece il tir riparte.

Ecco, magari piuttosto che parlare dopo la morte, dopo le morti, si potrebbe almeno leggere. Capire. Non siamo tutti Zaher, per carità; loro, i 700 (o 7 o 7000), sono tutti un po’ Zaher.

 

Foglio 8

 

e anche quando mi togli la parola

il tuo pentirti è bello

 

Tu sei un amico incantevole

sei una seta di passione e bellezza

 

Ora vediamo fino a quando

t’accorderai col cuore mio

 

Foglio 11

 

Questo corpo così assetato e stanco

forse non arriverà fino all’acqua del mare.

 

Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino,

ma promettimi, Dio,

che non lascerai finisca la primavera.

 

Oh mio caro, che dolore riserva l’attimo dell’attesa

ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.

 

 Foglio 13

 

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore

che o riuscirò infine ad amarti o morirò annegato.

 

Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori,

io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi.

 

(Traduzione a cura di Hamed Mohamad Karim e Francesca Grisot. Si ringrazia Domenico Ingenito per l’aiuto nella resa italiana.)

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Simone di Biasio

Simone di Biasio

Simone di Biasio è giornalista pubblicista freelance. Nel 2013 pubblica il suo primo libro di poesia, "Assenti ingiustificati", con la prefazione di Claudio Damiani. È Presidente dell'Associazione Libero de Libero.
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