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Lucio Zinna

“Se vivere è questo mal di denti / questo mal di male”, dalla Puglia alla Sicilia. Quest’anno il Premio nazionale di poesia “Solstizio” alla Carriera passerà dalle mani di Lino Angiuli, vincitore della passata edizione, a quelle di Lucio Zinna (autore dei versi d’apertura). Ancora una volta, dopo una attenta analisi e su consiglio di Rodolfo Di Biasio, il riconoscimento va, dunque, ad un poeta del sud Italia, siciliano per l’esattezza. Nessuna volontà di tracciare una “linea meridionale”, ma ci è parso particolarmente proficuo (nonché avvincente) indagare vita e opere di autori che se ne stanno, proprio come Zinna, lontani da certi riflettori. Come dire: accendere una luce su chi alla luce non si espone direttamente, ma che luce emana dalla produzione poetica e artistica. Abbiamo voluto “mettere a fuoco la parola”, la parola in versi di Lucio Zinna. Il riconoscimento gli sarà conferito sabato 30 settembre alle 21 durante il IV Festival poetico “verso Libero” presso il complesso di San Domenico di Fondi.

Nato a Mazara del Vallo nel 1938, Zinna si laurea in pedagogia e pubblica il primo libro “Il filobus dei giorni” prima di trent’anni, poi dieci anni di silenzio prima di “Un rapido celiare” e di “Sàgana”, dal nome d’un quartiere di Palermo.  Nel 1992 esce “La casarca”: “ogni cosa nostra / non è nostra soltanto”; seguiranno molte altre pubblicazioni, tra cui citiamo “La porcellana più fine” (2002), “Poesie a mezz’aria” (2009) e “Stramenia” (2010). Lucio Zinna è poeta, romanziere e saggista, e ha fondato l’Istituto Siciliano di Letteratura Contemporanea e Scienze Umane. È convinto che “Tutto è nuovo a saperlo dire”, come confida in una inchiesta palermitana del 1986, anno di pubblicazione di un altro suo testo fondamentale: “Abbandonare Troia”.

Nella antologia “Il verso di vivere” (Caramanica, 1994) focalizza alcuni concetti chiave della vita e dell’opera di Zinna, sottolineandone la questione geografica: “Le capitali, per esistere e per affermarsi, abbisognano anche del confronto vincente con la provincia e con la più sperduta periferia”, il che ha reso Zinna un poeta dalla “capacità di rendersi interprete, con l’invenzione di un linguaggio del tutto personale e efficacissimo, con la misura controllata della discrezione e con il timbro sdrammatizzante dell’ironia, di una condizione di solitudine, di esclusione, di lotta contro l’indifferenza, di resistenza alle prevaricazioni mascherate da sedicente progresso, di rinuncia alla più comoda fuga, di ansia d’assoluto”. Pubblichiamo qui un suo testo, “A volte qualcuno rimane”, estratto da “Abbandonare Troia”, che ben ci restituisce una immagine di un poeta pungente nella sua riflessiva ironia:

Di poesia mi reputo un antico drogato

(Iniziai per solitudine a quattordici anni

con spinelli in terzarima a sedici mi bucavo

versisciolti più tardi m’iniettai − quel tanto −

parolibere in esperienze neoformaliste)

Da tempo mi coltivo (solitario) la roba

non soffro crisi d’astinenza evito cauteloso

l’overdose

M’affratello ai clandestini della parola

ai tossicopoesiomani ai liricodipendenti

agli indifesi in più plaghe temuti dal potere

mentalmente perquisiti destinati a campi

di deconcentrazione

È canapa indiana la parola e cresce

in terra di libertà parola trasmutata

risignificata − vena musica fionda − era

in principio

sarà anche alla fine

(A volte qualcuno rimane accartocciato

in un angolo accanto a versisiringa a volte

poeti si muore)

Scopriamo infine un poeta legato a Libero de Libero, fuoco che anima il Festival poetico “verso Libero”. Zinna ci dona infatti un testo che pubblicò nel 1997 su “Critica radicale” e che volentieri postiamo sul nostro sito. Di seguito il testo completo.

Libero de Libero in una foto dell'archivio Mario Palma

Libero de Libero in una foto dell’archivio Mario Palma

Nel panorama (neanche tanto sfrangiato, alla fine dei conti) del nostro primo Novecento, c’è una generazione di poeti quali Leonardo Sinisgalli, Attilio Bertolucci, Arnaldo Beccaria e Libero de Libero per i quali è al tempo stesso punto di riferimento e di distacco quella che è stata chiamata “la prima generazione ermetica”, i cui picchi sono – com’è noto – costituiti dalla famosa (e mal assortita) triade Ungaretti-Montale-Quasimodo. Del resto, e per inciso, la poesia dei grandi del cosiddetto Ermetismo è “ermetica” solo per modo di dire, se con tale aggettivo può correttamente intendersi una poesia a forte valenza esoterica (da Hermes Trismegisto) quale è invece, autenticamente, quella di Dino Campana e Arturo Onofri, ad esempio, mentre i poeti della menzionata triade e altri della medesima linea possono considerarsi, più che altro, essenzialisti. Non a torto, infatti, Carlo Bo ha preferito, infine, chiamare la loro, più semplicemente, «poesia pura» e considerare l’espressione “prima generazione ermetica” una «definizione abusiva e del tutto priva di senso» (C. Bo, La nuova poesia, in Cecchi-Sapegno: Storia della Letteratura Italiana, II Novecento, vol. II, Milano, Garzanti, 1988, p. 156).

     Da tale generazione si arriva a quella cui appartiene Libero de Libero (Fondi 1903 – Roma 1981) attraversandone un’altra, diciamo, intermedia, della quale fanno parte Sergio Solmi, Corrado Pavolini, Carlo Betocchi, con una fievole differenza cronologica che diviene tuttavia sostanziale sul piano sia della ricerca poetica che del modo di concepire e vivere la poesia stessa. C’è intanto una cauta tendenza a spendersi nella parola e soprattutto ad opporsi (come ha rilevato Bo) «per natura a qualsiasi immagine o idea di letteratura commerciale» nonché a considerare «la poesia come un esercizio segretissimo, anzi come l’unico modo di parlare per cose vere» (ib, p.154).

     Che vuol dire “parlare per cose vere”?

     Calandoci nel mondo poetico di De Libero, il sintagma non può significare che trarre linfa dal reale, anche perlustrando il surreale, comunque distanziandosi dall’uno e dall’altro in una zona franca, che è quella delle essenze e dell’interiorità quale strumento di ricerca della verità. De Libero (come i poeti della sua generazione) sugge gli umori della nuova poesia italiana ed europea procedendo per conto proprio in un terreno che solum è suo. Interiorità e ricerca della propria identità si fanno sostanza della sua poesia. A proposito della quale, Silvio Ramat parla di personalizzazione dell’astrazione tematica, osserva in particolare che «tutta la sua energia ‘oggettiva’ consegue da un’urgenza soggettiva», che il presagio è in lui «il fulcro che congiunge in sé soggettivazione e oggettivazione» e in cui entrano in conflitto energie quali: assenza e presenza, immaginario e certo, impossibile e probabile (S. Ramat, Storia della Poesia Italiana del Novecento, Milano, Mursia, 1976, p. 433).                                                        

     Né “ermetico” né surrealista o altro, De Libero è un solitario anzi un “forestiero”. Il concetto di “forestiero” è fondamentale per comprendere la sua poetica, oltre il titolo del volume edito nel 1945 in cui sono raccolte le poesie del suo primo periodo (1938-1942), che è appunto “II libro del forestiero”. Ritengo che la nozione di “forestiero” sia stata solo parzialmente esplorata dalla critica deliberiana.

     Forestiero  è colui che, provenendo da fuori, muove (in buona sostanza, da solo) alla scoperta della nuova realtà che lo circonda, della nuova dimensione, del rapporto tra questa realtà e se stesso; egli ricerca, per meglio dire, la realtà circostante in se stesso (e attraverso sé); tale operazione si traduce in ricerca della verità, “in interiore homine” secondo l’indicazione di Agostino. Il “redi in te ipsum” agostiniano chiaramente postula la necessità del ritorno (“redi”) e l’invito a non reiterare la sortita (“noli foras ire”). II “forestiero” è già andato “foras”, ora gli giova muoversi dall’esterno verso 1’interno (da una realtà altra di cui ha memoria: c’è in tutto ciò un’eco, un’ipotesi, un’ipoteca platonica): scoprire il mondo è scoprire la propria identità. Un processo di identificazione che fa leva sulla natura e sulla sua inalterabile bellezza (il sentimento della natura, il fascino della Ciociaria in particolare, sono intensi in De Libero), cosi come sulla società: in “Banchetto” del 1949 scrive: “fratello nel dolore dei fratelli”, con una forte volontà di identificazione con gli altri.                        

     Forestiero è ciascuno di noi quando si fa consapevole della precarietà del nostro essere («non siamo né frutto ne lacrima», scrive De Libero in una poesia della raccolta “Scempio e lusinga”, 1972 ) e del fluire del tempo. Noi siamo nel tempo (in quanto in esso si svolge la nostra esistenza) e fuori di esso. in quanto possiamo sì gestirlo ma non dominarlo o arrestarne lo scorrere inesorabile (verso la fine del nostro esistere e di ciò che ci circonda).

     In una poesia della raccolta “Di brace in brace” (1971) il poeta rivolge alla vecchiaia un imperioso invito a sostare, nella certezza di rimanere inascoltato, risolvendo tutto – anche la malinconia che circola discreta – in un’ironia sottile e garbata: «Tu gonfia di geloni cammina più lenta / non affrettarti, il cuore ti minaccia, / il fiore che sta per sbocciare lasciami / godere e tutte le botti del mio vino.// Vergognati d’inseguirmi cosi nuda, / sfasciata all’inguine e in cenci i tuoi seni, /addosso ti cucirò una bella gioventù / e per allegro marito la mia ombra.// Fermati, vecchiaia, riposa laggiù, / contentati di strappare i miei ritratti / e io attenderò che passi tutto il fiume / della vita per venire alla tua riva. » (Vecchiaia, fermati).                                                

     Forestiero è, ancora, l’uomo che, nella sua tensione verso l’Assoluto, si affanna a cercare Dio, trovandone solo tracce (nelle piante. nelle pietre, persino negli altari) fino a quando non scopre che la sua condizione di estraneità può essere elusa attraverso la poesia.

     forestiero è il poeta, per il quale è normale l’esilio, anche in terra natale, ma è il solo che riesca a far coincidere “intus” ed “extra” servendosi della parola (sua vera patria) e scavando in essa.

 

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Simone di Biasio

Simone di Biasio

Simone di Biasio è giornalista pubblicista freelance. Nel 2013 pubblica il suo primo libro di poesia, "Assenti ingiustificati", con la prefazione di Claudio Damiani. È Presidente dell'Associazione Libero de Libero.
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