Noemi De Lisi e Lucio Zinna al Festival 'verso Libero' 2017 (foto Vincenzo Bucci)

Noemi De Lisi e Lucio Zinna al Festival ‘verso Libero’ 2017 (foto Vincenzo Bucci)

Hanno entrambi vinto nel 2017 il Premio di poesia “Solstizio”: l’uno alla carriera, l’altra per l’opera d’esordio. Senti nel parlato (e nel dettato [biografico]) la provenienza sicula. Entrambi sono siciliani. Di più: entrambi sono di Palermo, anche se uno è “scappato”. No, non è il più giovane dei due ad essersi allontanato dal capoluogo, così come non è il poeta che ha ricevuto il premio alla carriera ad aver vinto con un libro su presenze, assenze, morti vivissime: è come se chi è più avanti con gli anni parlasse con maggiore spregiudicatezza del futuro, mentre chi è appena nato (poeticamente) guarda a ciò che deve venire, sente il peso degli anni che si accumulano extra moenia e che premono alle porte del corpo.

Per questa serie di motivi Noemi De Lisi, Premio di poesia “Solstizio” 2017 con “La stanza vuota” (Ladolfi), e Lucio Zinna, Premio di poesia “Solstizio” alla Carriera 2017 sono dunque stati ospiti della scorsa edizione del Festival poetico “verso Libero” a Fondi, terra di de Libero, eppure non si sono incontrati. Questione di tempi, questioni di tempo. E la poesia è questione di tempo mentre pone questioni di tempo. Vogliamo che si incontrino in questa intervista doppia che li sdoppia e che permette a noi di conoscere meglio due protagonisti della poesia italiana contemporanea.

[N per Noemi; L per Lucio]

  •  Com’è oggi vivere in Sicilia? Culturalmente che aria si respira? Camilleri sembra – sic! – l’unica espressione “letteraria” che supera i confini isolani…

N – Negli ultimi anni ho assistito a un risveglio della Sicilia (per quanto il fascino barocco e contraddittorio del nostro lungo sonno, del nostro sonnambulismo rimanga: è la nostra tara e la nostra culla). Parlando nello specifico di Palermo (la mia città) sono state realizzate diverse rivalutazioni degli spazi sia pubblici che privati: dai Cantieri Culturali della Zisa, sede di svariate mostre internazionali, festival cinematografici –in primis il Siclia Queer Film Fest-, spettacoli teatrali, concerti, e della più recente “scuola di fotografia” di Letizia Battaglia; fino alla riqualificazione urbana di alcune zone “difficili” come quella del mercato di Ballarò attraverso anche la street art o gli spettacoli di integrazione e coabitazione fra le diverse culture e gruppi sociali che vivono la città.

Questo fervore coinvolge naturalmente anche l’editoria: da Una Marina di Libri, la fiera del libro più importante sul territorio siculo che ogni anno ospita editori da tutta Italia, scrittori e artisti internazionali; il progetto “Editori allo scoperto” che unisce gli editori indipendenti palermitani in una rete fatta di eventi e iniziative culturali per la promozione della letteratura sul territorio; fino a Il Centro Studi Narrazione dell’Associazione Le Città Invisibili che da innumerevoli anni si occupa di poesia e prosa organizzando laboratori, reading, rassegne e incontri. Anche allontanandomi da Palermo ho avuto modo di incontrare delle realtà interessanti e vivaci come l’Associazione culturale Otium di Marsala (che proprio quest’anno ha organizzato “Sicilitudini” evento che riuniva alcuni giovani poeti siciliani) e il Centro di Poesia Contemporanea di Catania.

Potrei fare altri cento esempi su quanto la Sicilia ribollisca qui ai piedi dell’Italia, su quanta passione, entusiasmo e voglia di cambiare si avverta. Vorrei dire: Ma cosa ne potete capire voi? Cosa ne potete sapere di tutto il desiderio, di tutto lo sforzo.

L – È particolarmente impegnativo. Le classifiche sulla qualità della vita nelle regioni italiane collocano la Sicilia agli ultimi posti. Basso il reddito pro capite, alte disoccupazione e insicurezza. C’è una Sicilia che cerca di sollevarsi, nonostante vecchie e nuove cappe, in primis corruzione e pressione mafiosa. Quest’ultima è ancora forte per via di varie collusioni, benché contrastata da un crescente numero di cittadini, fra i quali, negli anni, autentici eroi, appartenenti a tutte le classi sociali. La scuola, distratta da pedagogismi di maniera, anche sulla scia di programmazioni nazionali, trascura un’obliata educazione civica,  di cui ci sarebbe bisogno. Va considerato inoltre il fallimento dell’autonomia regionale, a statuto specialissimo, che fu una conquista del popolo siciliano; avrebbe dovuto essere un grande volano dell’economia e della cultura e invece una vorace classe politica lo ha reso un ulteriore strumento di depressione. La dominazione dei siciliani sui siciliani è stata una delle peggiori nella storia dell’isola. Quale aria culturale vi si respira? Direi quella che può respirarsi in un’area ricca di sollecitazioni e di talenti, con interessanti strutture per la fruizione della cultura ma con scarsi spazi e opportunità per la produzione di essa, per cui la migliore opzione resta quella di andar via. Non a caso un antico adagio siciliano recita “cu nesci arrinesci”, ossia: riesce chi se ne va. Chi resta paga un prezzo alto. La Sicilia dispone di una storia letteraria così ricca di eccellenze da poter gareggiare, da sola, con le letterature di diversi paesi europei, risultando compressa nel suo ruolo di regione. Per di più i giochi letterari si svolgono altrove, dove ferve l’industria alto-editoriale, cartacea e mediatica. La Sicilia è compensata, di volta in volta, con l’emersione di uno scrittore di successo come “espressione unica”, appunto, riassuntiva, in certi casi con contorno di uno-due autori meno conclamati che incontrino anch’essi i favori del pubblico, in armonia con gli interessi editoriali. Esemplificando, Sciascia e Bufalino piuttosto che Antonio Pizzuto o Angelo Fiore. Per il resto, silenzio o quasi, perciò risulta vasta la letteratura sommersa di eccellenza. In atto il “papa” siciliano è Camilleri, giallista prolifico, cantore di una Sicilia “ammanicata”, cioè un po’ vera un po’ artefatta, come il suo mixer linguistico siculo-italico. Lo ammiro  per la formidabile capacità di affabulazione, ma alla sua Vigata preferisco la Parigi di Simenon o la Milano di Scerbanenco, per una diversamente incisiva capacità di immersione nel tessuto sociale e nella dinamica esistenziale.

  • Hai “scelto” di rimanere in Sicilia (forse la prima domanda sarebbe: hai scelto?): è uno “splendido isolamento” o ti “costa” molto?

N – Vedi, è tutta una questione di sangue. Se nasci in Sicilia devi pagare lo scotto per la Bellezza, e lo paghi nascendo con il “sangue malato”. Nasci diverso dagli altri, nasci con questa inquietudine, con questo stridore nel cuore che si fa più forte sia quando stai troppo a lungo fuori dai confini dell’isola, sia quando stai troppo a lungo dentro –quando la bellezza ti ferisce più del dovuto e diventa insopportabile-. È la Sicilia che ti mette al mondo e ti sceglie, non sei tu. Ti mette al mondo con questo sangue malato. Dunque, anche se non scegliessi l’isola (e io la sceglierò sempre finché mi sarà possibile), anche se andassi via, in realtà non sarebbe una separazione perché mi porterei sempre appresso questo sangue. Posso lasciare la Sicilia, ma la Sicilia non può lasciare me.

 L – Non mi è costato granché. Ho operato intensamente a Palermo per quasi mezzo secolo; da un decennio mi sono ritirato a Bagheria, cittadina d’arte ancora a misura d’uomo, vicina (e sufficientemente lontana) al capoluogo, ormai convulso. Da casa mia osservo un panorama, a 180 gradi, di mare, colline e campagna, con uno scorcio della settecentesca Villa Valguarnera e suo belvedere, un tópos del romanzo “Bagheria” di Dacia Maraini.  Con figli e nipoti a casa loro, tengo, con mia moglie e una tartaruga, un tenore di vita riservato. Non parlerei di isolamento bensì di ricerca di un’“isola” interiore. Resto in contatto con amici, letterati e non, di qui e sparsi nello stivale. Letteratura q.b.. Mi sono pian piano tirato i remi in barca. Mi approssimo al quarto ventennio di vita (in siciliano, alla stregua degli antichi dominatori francesi, fino a qualche tempo fa, il numero ottanta era ancora appellato “quattru vintini”). Rispetto chiunque e considero mio “prossimo” quello che, più che starmi accanto, si trovi con me in sintonia, vicino o distante o scomparso da secoli.

  • La tua isola è la mano che offriamo nel mediterraneo, la tua isola accoglie. Cos’è la Sicilia?

N – Premettendo che nel mio immaginario, spesso il discorso sulla Sicilia si riconduce al discorso su Palermo, ti rispondo con le parole di Fulvio Abbate: “Tutti quelli che giungono a Palermo per la prima volta subito s’innamorano incantati, vedono le cupole rosse e credono di trovarsi nelle Mille e una notte dove si canta e suona tutto il dì. Non è facile per loro capire che sono in errore e che vedono stelle assenti. Eppure Dario glielo grida: «Avete sbagliato tutto, tornate indietro! Tornate indietro, finché siete in tempo…» Sembra un cavaliere dell’Apocalisse, Dario, quando va a Punta Raisi e cerca di ricacciare  dentro l’aereo chi è appena arrivato. Come spiegare a questa gente che nessuno possiede lo strumento musicale per suonare Palermo? […] nessuno ha mai visto la città allegra, o appena rilassata, ma piuttosto assorta nei suoi morti”.

Prima ti ho parlato della bellezza siciliana che porta con sé una malattia del sangue di figlio in figlio. Ma come può una cosa bella procurare del male? È questa una delle contraddizioni genetiche della Sicilia, è l’effroi du beau di una terra fatta di mare e fuoco ma così piena di fantasmi…

L – La Sicilia ha un’antica tradizione di accoglienza, è stata nei secoli un crogiolo di popoli e civiltà. Il suo senso di ospitalità ha radici nella Magna Grecia. Considera il Mediterraneo un po’ il “suo” mare e si sente anche un po’ nordafrica. Nel solco di questa tradizione accoglie generosa migranti che, in buona parte, transitano dall’isola verso il Nord Italia e il resto d’Europa. Ma la questione resta complessa e va considerata in maniera prismatica, al di là di auto-compiacimenti o paraventi mentali. Purtroppo, i migranti che restano nell’isola, nonostante la buona volontà e per quanto possano integrarsi, forse più facilmente che altrove, finiscono in molti per avere vita grama, dato che l’isola ha i problemi che ha. Il resto d’Europa – non ci vuol molto ad accorgersene – non li vuole, non lo dice e ciurla nel manico. L’Europa è un continente piccolo e inquieto, si percepisce come un vecchio barilotto su cui non possono riversarsi a dismisura due grosse botti come Africa e Asia. Del resto, non è nemmeno vero che essa sia un paradiso e terra di fortuna, i suoi miraggi possono apparire diversi ma rivelarsi deludenti come quelli del Sahara. C’è il grosso rischio che prima o poi i welfare dei vari paesi, originariamente congegnati non tenendo conto di forti flussi migratori, finiscano per saltare. Va razionalizzato tutto.

 Renato Guttuso. Mascelle di squalo in un paesaggio, 1974, olio su tela, cm. 63 x 73

Renato Guttuso. Mascelle di squalo in un paesaggio, 1974, olio su tela, cm. 63 x 73

  •  Chi consideri i tuoi maestri? Tra i poeti siciliani chi è il tuo faro?

N – In realtà ho sempre letto in modo molto disordinato, bipolare. Sono attratta da moltissime voci, non saprei indicarne una o due alle quali mi sono dedicata totalmente. Mi sento inadatta a indicare dei maestri (e non perché io li rifiuti, anzi, tutto il contrario); più che altro non sono degna di potermi considerare una discepola dei grandi maestri, al massimo mi considero una lettrice (per quanto indisciplinata), un’ammiratrice. Tuttavia,  non nego che ci sono certe voci che ho interiorizzato poiché più di altri ho trovato affini alla mia sensibilità: Cesare Pavese, Mark Strand, William Faulkner (solo qualche nome). Tra i siciliani, uno fra tutti, neanche a dirlo: Salvatore Quasimodo.

  • Sei stato “allievo” di Buttitta: che ricordo conservi di lui? Cosa ti ha lasciato? Che eredità lascia a tutti noi?

L – Ho conosciuto Ignazio Buttitta nei miei anni giovanili, Era già affermato, anzi da tempo molto celebrato, a livello internazionale. Mi ha apprezzato subito, trattandomi da pari a pari e me ne stupivo. Ho derivato i suoi insegnamenti  dalle nostre conversazioni, dai suoi intercalari in stupende recite, da riflessioni sulla poesia, osservandolo in alcuni suoi momenti (anche nella quotidianità sapeva essere poeta). Davvero, posso considerarlo uno dei miei maestri ideali, anche se non me ne sono accorto, del resto con me egli non assunse mai l’atteggiamento del maestro ma quello dell’amico, come accade ai veri maestri. Ora che vivo anch’io nella sua Bagheria, ho a volte l’impressione di vederlo comparire da un angolo di strada o di scorgerlo a colloquio con un edicolante. È uno dei più grandi poeti del Novecento italiano, dialettali e non, bisognerebbe conoscere meglio la sua opera.

  • Segui oggi le “vicende poetiche” siciliane? Quali giovani ti sembrano più interessanti?

N – Cerco di tenermi informata (lottando contro la mia indolenza). Avverto un sentimento diffuso di condivisione e partecipazione. Ad esempio, è capitato che si organizzassero dei reading che unissero le varie voci poetiche di tutta la Sicilia; si cerca di coinvolgere e tener presenti anche quei siciliani che sono emigrati  (e che comunque mantengono la lingua e l’immaginario siciliano nella loro scrittura). Se dovessi indicare quali giovani siciliani ritengo interessanti, verrebbe fuori un elenco telefonico, quando in realtà i nomi che ho in mente meriterebbero ognuno un discorso approfondito e non di essere inserita in una lista sterile. Dunque, ne nomino uno per tutti (e so che gli altri non me ne vorranno e che ne saranno contenti): Gianluca Furnari che ha pubblicato “Vangelo elementare” nel 2016 (Raffaelli); cito lui anche perché è uno dei pochissimi che attualmente risiede in Sicilia proprio come me.

L – Seguo le vicende poetiche siciliane, in verità non molto intense, un po’ a distanza, ma ne sono correntemente informato. Nell’attuale panorama poetico siciliano ci sono, in diverse aree dell’isola, varie personalità di tutto rispetto, benché non più giovani o giovanissimi. Tra le nuove presenze, mi piace menzionare Margherita Rimi e Daìta Martinez.

  • E a livello nazionale come ti pare lo stato della poesia italiana contemporanea?

N – Credo che per rispondere in modo pertinente, chiaro e oculato io debba prima conseguire un dottorato (o più dottorati) altrimenti viene fuori una supercazzola. Perché mi fai domande difficili?

L – La poesia ormai ha un pubblico assai circoscritto, attratto e distratto da sollecitazioni plurime: dai media, dai social network, dai whatsapp, dal calcio, dalla formula uno, dai talk show, dal rock, dalle canzoni e altro. Il pubblico, almeno quel che ne rimane, ama più immaginare la poesia che cercarla e affidarla più all’ascolto che alla lettura (una sorta di reductio alle proprie origini). Sul piano creativo, l’ambito  in cui si muove oggi la poesia italiana mi pare abbastanza affollato, ma anche piuttosto asfittico in alcuni aspetti e talvolta, più o meno inconsapevolmente, supponente. Ma chi ama la poesia la ama davvero e trovo splendidi esempi anche in giovani e giovanissimi, il che ritengo sia di buon auspicio. Positiva anche una certa tendenza, che in verità insiste da qualche tempo e prosegue con nuova energia, a non far più molta leva su una non sempre necessaria cripticità, per alcuni decenni usata come grimaldello per ostentare tonalità originali, che poi finivano per rivelarsi tali più in apparenza che nella sostanza. Finalmente pare ridotto all’angolo un certo formalismo fine a se stesso, a favore di una sperimentalità che sia anche carica di significazioni. Va detto ancora che oggi si riscontrano alcune belle presenze, forse più celate che in vista, ma per fortuna ci sono.

  • Qual è il libro che stai scrivendo dopo “La stanza vuota”? Cosa vuole dire ai lettori “La stanza vuota”?

N – Dopo l’esordio in poesia, credevo di riprendere le fila della prosa lasciando che la mia “vena poetica” riposasse in una sorta di coma indotto. Invece, mi sono ritrovata a scrivere ancora poesia, a tracciare qualche bozza, ma è un tramestio lungo e silente, fatto sottobanco. In realtà vorrei che tutta la mia attenzione fosse concentrata solo sulla raccolta di racconti alla quale sto lavorando da circa cinque anni (con le relative pause nel mezzo). È tutta questione di autodisciplina. La stanza vuota vuole dire ai lettori: “Entrate” e anche “Grazie”.

  • Qual è il libro che non hai ancora scritto? E quello a cui sei più affezionato?

L – Mah! Sono affezionato più ai libri di poesie, ma anche ai racconti, a qualche  saggio, assai meno a qualche testo occasionale. Da tempo vagheggio di occuparmi di una rilettura del ciclo dei vinti verghiano, con approfondimento e completamento di alcuni parametri evidenziati da Luigi Russo, nel contempo verificando criticamente mie intuizioni su alcuni elementi anticipatori del decadentismo nel solco stesso della produzione verista del grande scrittore etneo. Chissà se ci metterò mano. L’età avanza e mi induce a farle fronte, indietreggiando meno che sia possibile.

  • Ha senso fare ancora poesia oggi? Cosa e come deve dire la poesia per farsi ascoltare in questo momento?

N – Rimando al discorso sulla supercazzola. Ha senso alzarsi ancora dal letto ogni giorno? Ha senso mangiare, lavarsi, camminare, sperare? Ha senso ancora vivere oggi?

L – Ha sempre senso fare poesia, poco importa che, nel presente momento, essa sia scarsa di referenti, che viva soprattutto di se stessa, delle motivazioni e compensazioni di chi la scrive e di chi la legge (molti a scriverla e pochi a leggerla). In verità la poesia mantiene ancora una sua aura sacrale, per così dire, un’inalterata considerazione, basti riferirsi al linguaggio corrente, in cui il termine “poesia” è usato come sinonimo di bellezza, di purezza, di nobiltà d’animo etc., accade perfino che alcuni versi di poeti famosi siano utilizzati in spot televisivi e così via. Ma a parte ciò, purtroppo, la poesia – se non inconsapevolmente – rientra oggi complessivamente poco nella vita della gente, nella sua quotidianità. L’immagine (e la nostra è stata definita “civiltà delle immagini”) mantiene sempre una più forte attrattiva e l’esperimento di calarla nel ‘prodotto’ poesia, come nella “poesia visiva”, non ha avvicinato poesia e pubblico, benché non fosse questo il suo obiettivo. Ma anche cinema e teatro, che  sono ‘immagine’, hanno oggi minori chances che in passato. L’odierna condizione della poesia va inquadrata in una crisi generale della cultura che attraversa il nostro presente, in un generale disorientamento della vita spirituale, in un abbassamento di tono nella consapevolezza di sé e dei rapporti (che è poi fulcro della vita spirituale). Dicevo che si legge poca poesia, ma si legge poco un po’ tutto, generalmente si legge meno, anche i giornali si leggono meno. La poesia attraversa una fase catacombale, nella quale sta cercando di recuperare in intensità quel che va perdendo in estensione, anche fregandosene della disattenzione circostante. La poesia non può morire perché è nata con l’uomo e dell’essere umano fa parte. Sa di contrapporsi naturaliter al negativo, sa di vivere, di rinascere, ogni volta che le accada di toccare il cuore dell’uomo, di considerarlo nella sua dimensione interiore, nella sua essenza non nella sua scorza. Sta qui il suo punto di forza, com’è accaduto in ogni epoca e latitudine. Il resto, come si suol dire, è letteratura….

 

  • Qual è il tuo rapporto con la tecnologia? Quale pensi sia il rapporto tra poesia e tecnologia?

N – Io e la tecnologia siamo in buoni rapporti, ci facciamo sempre gli auguri per le feste comandate. Poesia e tecnologia? Be’ le e-mail sono un’invenzione grandiosa. Si possono spedire poesie dall’altra parte del mondo in un attimo. Poi se proprio vogliamo parlare della poesia (e di conseguenza dei poeti) sui soc-questo messaggio non è più disponibile perché è stato ritenuto offensivo o contrassegnato come spam.

L – Reputo considerevole l’apporto della tecnologia allo sviluppo della civiltà e al potenziamento delle possibilità offerte alla persona, non apprezzabili gli aspetti configurabili come negativo condizionamento. Intendere il progresso tout court come progresso tecnologico è riduttivo, periclitante l’uso della tecnologia quale strumento di potere. Nella quotidianità, ad esempio, sono risorse elettrodomestici, televisione, computer, non le applicazioni tecnologico-informatiche al gioco d’azzardo o ai giochi violenti. È l’antico discorso degli strumenti e del loro uso affidato a intelligenza e saggezza, è il vecchio exemplum del coltello, semplice e fine prodotto tecnologico, in mano al cuoco o all’assassino. Per quanto riguarda la poesia, trovo positivi gli ampliamenti di spazi, il diretto rapporto con il pubblico, un certo svincolo da alcune limitazioni editoriali etc. Andiamo alla scrittura. A penna sono nati poemi e romanzi-fiume. Penso alla “Recherche” di Proust. Penso a “Il mulino del Po” di Bacchelli, il quale considerava lo scrivere a penna un ausilio per la riflessione (ed è vero). Montanelli, da buon giornalista-scrittore, dattiloscriveva direttamente e io ne ero meravigliato. Gente della mia generazione è figlia di calamo e carta. Ma la tecnica mi affascina. Da studente acquistai (a rate) una macchina da scrivere, ignorandone totalmente il funzionamento e imparando da solo: era una Everest K2, per lungo tempo inseparabile,via via mi concessi l’Olivetti elettrica, quella computerizzata, il p.c. La mia prima stesura è normalmente a penna, poi trascrivo ‘a macchina’ limando; talvolta e non da molto mi spingo a usare direttamente il p.c., per la facilitazione nel veloce ripensamento, nella dinamica tra cancellazione e riscrittura. Utilizzo internet per le possibilità di conoscenza e informazione e la posta elettronica per la sua celerità. Non amo i social network, dai quali mi tengo a distanza, nonostante le molte sollecitazioni e richieste di “amicizie”, giunte da conoscenti e non. Le mie conoscenze sono numerose, poche e selezionate le amicizie, vicine e lontane, in rapporti interpersonali e autentici. Le ‘amicizie’ all’ingrosso e per bacheche informatiche sono fuori dal mio orizzonte.

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Simone di Biasio

Simone di Biasio

Simone di Biasio è giornalista pubblicista freelance. Nel 2013 pubblica il suo primo libro di poesia, "Assenti ingiustificati", con la prefazione di Claudio Damiani. È Presidente dell'Associazione Libero de Libero.
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